Il fratello brutto del cavedano

di Massimo Zelli.

La giornata volgeva al termine, ma i barbi, in quell’innevato novembre, non volevano saperne di allentare il ritmo. Dopo la prima di pesca ora avevamo deciso per un salomonico “su le nasse” poiché il rischio di ammassare più di 100 kg di pescato era concreto e questo, già allora, per me non era etico a sufficienza, considerando la già poca etica che c’è nel ficcare un ferro in bocca ad un pesce. Procedemmo a ritmo serrato fino a circa le 4, ci si vedeva poco, ma gli sguardi mio, di Piero e di Maurizio che si incrociavano, prefiguravano la chiusura delle canne solo quando non ci sarebbe stata più luce per pescare. Eravamo talmente presi dalla faccenda che mi scappò una perla di saggezza di quelle da annali della stronzata:<< Non vi preoccupate, tanto con la neve per terra le notti non sono mai troppo buie… il bianco riflette>>. A Piero sfuggì un mezzo sorriso con l’ennesimo barbo in canna. Maurizio realizzò che oramai mancavano pochi minuti al tramonto. Cominciò a chiudere la canna borbottando qualcosa sul fatto che era da incoscienti stare fino a quelle ore a qualche chilometro dalla civiltà, nella neve, dispersi in una landa desolata del Po. << Se ci piantiamo con la macchina non sappiamo nemmeno dove cercare un trattore!>> disse sconfortato. 

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